RIO DE JANEIRO. Come Nicolás Maduro. Anzi: peggio. Daniel Ortega, da 11 anni presidente del Nicaragua, non è disposto a cedere il potere. Anche a costo di 43 morti (ufficiali ma il numero potrebbe essere più alto) e di oltre 800 feriti, se le proteste che infiammano il piccolo Paese del Centro America non allungheranno la scia di sangue mentre scriviamo queste righe. L’allora temuto e rispettato comandante del Fronte Sandinista di Liberazione Nazionale (FSLN) ancora si dibatte nel suo conflitto interno: il politico conciliante e il guerrigliero oscuro e ambiguo. Lui, il giovane rivoluzionario formato a Mosca, nome di battaglia Enrique, marxista integerrimo, paladino dei poveri e degli sfruttati, 7 anni di carcere dopo una tentata rapina in banca mentre girava clandestino a Managua in attesa di sferrare l’attacco finale al dittatore Anastasio Somoza, poi liberato dai suoi compagni nel 1974, che si trasforma nel nemico che ha sempre combattuto. L’ennesimo esempio di una vecchia sinistra che annienta sé stessa. Per miopia e per arroganza.

Eletto per la terza volta consecutiva nel novembre del 2016, grazie ad una modifica della Costituzione che gli concede un potere a vita, l’anziano combattente per la libertà alla fine ha mostrato il suo vero volto: quello più brutale. La protervia e l’incapacità di cogliere il disagio crescente nel Paese gli hanno impedito in 43 giorni di scontri, arresti e omicidi, di cedere alle richieste di giustizia e di verità che migliaia di madri e di padri invocano. Una strage infinita, compiuta dai suoi apparati di sicurezza con l’attiva partecipazione dei “turbas”, gli squadroni paramilitari della gioventù sandinista. Centinaia di ragazzotti violenti che come accade con Maduro in Venezuela, con i suoi “colectivos”, da militanti del partito al governo si sono trasformati in bande di mercenari da usare per il lavoro sporco.

Eppure, c’erano tutte le premesse per capire che il Nicaragua era cambiato. Che si erano prosciugati i ricchi finanziamenti del Venezuela di Chávez e poi di Maduro. Che il modello corporativo che per anni gli aveva garantito l’appoggio della piccola classe imprenditoriale si era esaurito. Che i Millennials, i nipoti di una rivoluzione che non avevano mai visto ma solo appreso dai racconti dei loro nonni, soffrivano in silenzio le rigide regole di una società chiusa, ancorata al passato, profondamente cattolica ma bigotta, con una Chiesa che vede come il diavolo l’aborto e diritti civili.

Bollati da “ignoranti, attaccati tutto il giorno alla rete, egoisti e insensibili”, una trentina di studenti dell’università nazionale di Ingegneria scende in piazza a Managua per protestare contro la riforma del sistema previdenziale varata da Ortega. Prevede un taglio alle pensioni e un aumento dei contributi da parte degli imprenditori. La manifestazione viene subito repressa e ci sono i primi morti e feriti. Ma è solo l’inizio di una rivolta che viene da più lontano. Una settimana prima un vasto incendio distrugge oltre 5mila ettari dell’Indio Maíz, il più grande parco naturale del Nicaragua. Il governo non è in grado di contenere le fiamme ma rifiuta l’offerta di aiuto del Costa Rica e di altri Paesi vicini pronti a inviare uomini e mezzi. L’area protetta finisce in cenere, nel Paese monta la rabbia per un’inettitudine mascherata da stupido orgoglio patriottico.

Le manifestazioni si susseguono senza sosta e sempre più folte. Aumenta la repressione. Dai lacrimogeni e proiettili di gomma si passa presto a quelli veri. Cresce il numero di morti, dei feriti. Centinaia sono arrestati. Solo l’intervento della Commissione dei Diritti Umani dell’Organizzazione degli Stati Americani, l’unica a cui viene concesso di entrare nel Paese, consente la liberazione di 200 prigionieri. Ragazzi, soprattutto. Escono a pezzi, feriti, i vestiti laceri, rapati a zero per umiliarli.

I genitori dei morti chiedono di sapere chi ha ucciso i loro figli. Ortega nega gli omicidi. Poi, costretto dalle pressioni internazionali, li ammette. Ma punta il dito proprio sull’opposizione, si rifugia sul classico “nemico esterno”, sulle “forze fasciste che vogliono trasmettere una cattiva immagine del Nicaragua”.

I Millennials sono organizzati. Asserragliati dentro il Politecnico e altre università, resistono agli assalti dei “turbas” che nel frattempo il regime ha mobilitato. Gli studenti riprendono in video e foto le aggressioni, registrano le testimonianze, offrono una valanga di prove visive che inchiodano il regime. Si ribellano anche i contadini, memori del progetto di un canale interoceanico alternativo a Panama che Ortega sta imponendo da un anno e che avrebbe sottratto loro terra e coltivazioni. Perfino gli industriali, per anni assecondati da Ortega con comodi accordi, sentono l’aria che tira e voltano le spalle al presidente.

La protesta trascina nella rivolta le stesse roccaforti sandiniste. A cadere sono i simboli del nuovo corso voluto da Rosario Murillo, la poetessa discendente dall’eroe Cesár Sandino che ha sempre seguito e poi sposato Ortega (al punto da ripudiare la figlia Zoilámerica quando denunciò i continui stupri a cui era sopposta dal comandante) e che adesso guida con il pugno di ferro la presidenza. Parte dei 300 “alberi della vita”, strutture in ferro che svettano in tutta Managua a cui la zarina attribuisce poteri esoterici, vengono abbattuti e incendiati. La storica bandiera sandinista rosso-nera sbiadisce e viene sostituita con quella nazionale bianca e azzurra. Non è il trionfo di in becero nazionalismo: è il rifiuto di tutto ciò che rappresenta oggi un regime cieco e repressivo. E’ la condanna della stessa rivoluzione sandinista se i risultati sono violenza, sangue e morti.

Il presidente del Nicaragua e sua moglie Rosario Murillo

 

Daniel Ortega accetta un dialogo, mediato dalla Chiesa. Al primo incontro la coppia presidenziale viene accolta al grido di “assassini”. Daniel e Rosario non accennano alle vittime. Neanche una parola. Non esistono. E se esistono non è roba loro. Un vero affronto. Due studenti presenti all’incontro che apre il dialogo chiedono la parola e con il dito puntato sul presidente gli chiedono conto dei morti che i suoi apparati hanno provocato. Il clima è pessimo. L’ex guerrigliero accoglierà solo una delle quattro condizioni poste dalla Conferenza episcopale nicaraguense che alla fine perde la pazienza e abbandona il suo protetto. Sempre più isolato, Ortega sferra il suo ultimo attacco. “Siamo qui”, ruggisce, “e non ce ne andremo”.

Nell’ennesima, imponente manifestazione di donne che chiedevano notizie dei propri cari, scomparsi, uccisi, imprigionati, scatena i gruppi paramilitari. Nel pieno del corteo decine di cecchini sparano con fucili Dragunov, armi militari ad alta precisione, contro la folla. Ci sono 15 morti, cento feriti. Il Nicaragua brucia con il suo nuovo Somoza. Soltanto i militari, finora rimasti neutrali, saranno i giudici del futuro.

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